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3 Febbraio 2012

l senatore Pd ed ex tesoriere avverte la sinistra

Milioni rubati alla Margherita: Lusi adesso accusa Rutelli Il senatore Pd ed ex tesoriere avverte la sinistra: Attenti a scaricarmi.

È arrabbiato, amareggiato. Ma sereno. E, come sempre, combattivo. Ai pochi, pochissimi con cui ha parlato, Luigi Lusi ha fatto capire di non essere affatto rassegnato. E di non aver alcuna intenzione di venir crocifisso anzitempo. Perché questa vicenda, pare di capire, è solo all’inizio. Non risponde al telefono, alle mail. L’ex tesoriere della Margherita indagato dalla procura di Roma per i 13 milioni di euro che avrebbe sottratto alle casse del partito, si è chiuso in un silenzio di ferro. Si nega ai compagni di partito, agli amici. Persino ai parenti. Il suo contatto con il mondo esterno, in questo momento, è solo Luca Petrucci, il suo avvocato. E qualche amico fidatissimo. Ed è a questa cerchia ristretta che ha confidato quello che, per ora, non vuole rendere pubblico in modo diretto. Lusi è convinto di poter chiarire se non tutto, quanto basta per alleggerire molte delle colpe che ora gli vengono attribuite. Intanto, precisa con chi gli ha parlato, è indagato, ma non imputato. Come a dire che le accuse che gli vengono mosse non avrebbero prove così solide come sembra. E Lusi, non si dimentichi, è un avvocato penalista. L’altro argomento che usa a sua difesa è la gestione sana della Margherita: in dieci anni ha sempre assicurato bilanci in attivo, mai debiti, cosa rarissima nel panorama dei partiti italiani. Ha lasciato qualcosa come venti milioni o perfino di più. Ricorda, poi, che tante volte, di fronte agli innumerevoli problemi che si sono posti nel corso di questi lunghi anni, ha rimesso a disposizione il suo mandato. E ogni volta sono stati loro (i dirigenti della Margherita) a chiedergli di restare. «Mi hanno chiesto loro di gestire tutti quei soldi, ribadendomi sempre la loro totale fiducia».
A farlo infuriare è stato poi quello che considera uno scaricabarile rispetto agli ultimi bilanci approvati. Non è vero, ha detto a chi gli ha parlato, che non esistevano controlli. C’erano. Erano previsti dallo Statuto e dalla legge sotto forma di almeno tre organismi. C’erano il comitato di tesoreria, il collegio dei revisori dei conti della Margherita. E infine i revisori dei conti del Parlamento. Per il resto si è detto convinto di poter spiegare e provare la correttezza e legittimità di ogni operazione fatta.

Intanto nel partito di cui Lusi gestiva la cassa comincia a serpeggiare la paura. Sì perché ormai si è capito che l’inchiesta sui 13 milioni di euro dirottati dalle casse della Margherita, si allargherà. E, probabilmente, coinvolgerà altri. I magistrati, seguendo il principio che è strano appropriarsi di una somma così consistente a disposizione di un partito senza che nessun organismo, nessun dirigente, ne sappia nulla, stanno facendo approfondimenti. Fin dove e per arrivare a cosa e chi, nessuno lo sa. Quello che pare ormai acclarato, da ammissioni ufficiali o mezze parole, è che il tesoriere finanziava iniziative politiche di dirigenti usciti dalla Margherita. Nulla di illecito, come ha precisato Beppe Fioroni a Repubblica: «Il finanziamento di iniziative di ex dirigenti della Margherita confluiti nel Pd o comunque rimasti nel perimetro del centrosinistra è previsto dallo statuto di Dl, anche dopo la sua scomparsa. Diverso è se Lusi ha dato soldi a dirigenti usciti dal centrosinistra pur rimanendo all’opposizione di Berlusconi o addirittura a persone confluite nel centrodestra». Pierluigi Castagnetti, rappresentante legale dei Popolari, un po’ conferma, un po’ mette le mani avanti: «Per i Popolari posso escluderlo. Ma se anche scoprissimo che ha pagato la tipografia o l’affitto di una sala non sarebbe un reato. Sarebbe, piuttosto, una di lealtà di fronte agli altri». Gli altri fondatori della Margherita che, magari, non hanno ricevuto finanziamenti o li hanno ricevuti, ma non sapendo quanto veniva dato agli altri. Forse il segreto del “potere” di Lusi e la ragione di tanti silenzi, insinua Enzo Carra, ruotava attorno a questo sistema. Dice a Libero l’ex deputato della Margherita ora nell’Udc: «Quando c’era la Margherita le risorse venivano distribuite alle correnti secondo criteri precisi. Dopo, quando si è sciolta, probabilmente il sistema era più discrezionale. Probabile che Lusi abbia finanziato l’iniziativa di questo o di quell’altro. Ma contando sul fatto che Tizio non sapeva quanto dava a Caio e viceversa. Finché qualcuno ha sospettato e si è arrabbiato...». Ma, se anche fosse, non sarebbe un reato.

La domanda più spinosa, semmai, è un’altra: qualcuno sapeva dei conti all’estero o dell’acquisto dell’appartamento in via Monserrato? Possibile che nessuno fosse al corrente delle operazioni di Lusi? Renzo Lusetti, che insieme a Enzo Carra, Battista Bonfanti e Rino Piscitello hanno presentato un esposto al Tribunale di Roma, in quanto non erano stati convocati alle ultime due assemblee della Margherita durante le quali erano stati approvati i bilanci 2009 e 2010, avanza alcuni dubbi: «Mi pare impossibile che nessuno sapesse niente. Tu dirotti 13 milioni, dico 13, non alcune fatture, e nessuno si accorge di niente? E poi ha pure usufruito dello scudo fiscale... Neanche un amministratore delegato è in grado di fare movimenti così complessi tutto da solo». Per quanto, come dice Cirino Pomicino alla buvette di Montecitorio, nei partiti moderni è possibile anche questo. «Nella Dc il tesoriere era al vertice di una struttura organizzativa. Non era possibile che movimentasse soldi tenendo all’oscuro tutti. Ma ora, con i partiti personali, non è escluso che una persona, nel giro di una notte, faccia operazioni tenendo tutti all’oscuro». Vero o no, la paura è che Lusi non sarà “il compagno L”, come è già stato ribattezzato, facendo riferimento a Primo Greganti, il dirigente del Pds che, accusato di aver intascato una tangente, si assunse ogni responsabilità, coprendo il partito. Non si sa quanto e cosa. Ma la paura è che Lusi qualcosa dirà.