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7 Gennaio 2026

Pensioni 2026, aumenti leggeri ma meno vie d’uscita

Assegni rivalutati contro l’inflazione, mentre si restringe l’accesso alla pensione anticipata

Con l’inizio del 2026 i pensionati italiani vedranno un lieve incremento dell’assegno mensile. A determinarlo è la perequazione automatica, il meccanismo che adegua le pensioni all’inflazione per limitare la perdita di potere d’acquisto. Non si tratta di aumenti significativi, ma di un aggiornamento pensato per attenuare almeno in parte gli effetti del caro vita.

Aumenti contenuti sugli assegni

La rivalutazione interesserà soprattutto le pensioni fino a quattro volte il trattamento minimo, pari a circa 2.413 euro lordi mensili, con un incremento stimato intorno all’1,4%. Per gli assegni più elevati la percentuale di aumento sarà leggermente inferiore, anche se in valore assoluto l’incremento risulterà più consistente. In concreto, per le pensioni più basse si parlerà di pochi euro in più al mese, mentre per gli importi medi l’aumento potrà superare i venti euro mensili.

Pensione anticipata, regole più rigide

La Legge di Bilancio 2026 introduce un giro di vite sulle possibilità di uscita anticipata dal lavoro. Vengono meno alcune misure di flessibilità adottate negli ultimi anni, come Quota 103 e Opzione Donna, segnando un ritorno ai canali ordinari del sistema previdenziale. Resta invece confermata l’Ape Sociale, che non è una pensione vera e propria ma un’indennità temporanea. È destinata a chi ha almeno 63 anni e 5 mesi di età e un’adeguata anzianità contributiva, e si rivolge a categorie considerate più fragili: disoccupati di lungo periodo, caregiver, persone con disabilità e lavoratori impegnati in mansioni gravose.

Età pensionabile in aumento

Un ulteriore nodo riguarda l’innalzamento graduale dell’età pensionabile, legato all’adeguamento alla speranza di vita. Dal 2027 l’età per la pensione di vecchiaia aumenterà di un mese, con un nuovo scatto previsto anche nel 2028. Lo stesso meccanismo interesserà la pensione anticipata, con un progressivo aumento degli anni di contributi richiesti sia per gli uomini sia per le donne. Aumenti apparentemente minimi che, nel tempo, rischiano però di incidere in modo concreto sulle possibilità di lasciare il lavoro, soprattutto per chi non rientra nelle categorie tutelate.

Letizia Demontis