
Parliamo sempre meno e una parte crescente delle nostre conversazioni si è trasferita dagli scambi a voce a smartphone, chat e social network.
A fotografare il cambiamento è uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Perspectives on Psychological Science, che ha analizzato l'evoluzione del linguaggio parlato tra il 2005 e il 2019.
Il dato che emerge è significativo: nell'arco di quattordici anni il numero medio di parole pronunciate quotidianamente sarebbe diminuito del 28%. Dalle circa 16 mila parole al giorno rilevate all'inizio del periodo analizzato si sarebbe passati a meno di 12 mila nel 2019.
La tendenza equivale, secondo le stime dei ricercatori, a una perdita media di circa 338 parole al giorno per ogni anno trascorso.

Gli psicologi Valeria Pfeifer e Matthias Mehl erano partiti in realtà da un'altra domanda. L'obiettivo era verificare precedenti ricerche sulle presunte differenze tra uomini e donne nella quantità di parole pronunciate quotidianamente.
Analizzando 22 studi condotti tra il 2005 e il 2019 su circa 2.200 persone tra i 10 e i 94 anni, residenti principalmente negli Stati Uniti ma anche in Messico, Australia ed Europa, i ricercatori si sono trovati davanti a un fenomeno differente: indipendentemente dal genere, nel corso degli anni le persone sembravano parlare progressivamente meno.
Non significa necessariamente che abbiamo smesso di comunicare. Una parte delle conversazioni si è semplicemente trasferita sulla tastiera di uno smartphone. Messaggi, chat, email e social hanno sostituito molti degli scambi che un tempo avvenivano a voce.

A prima vista 338 parole possono sembrare poche. Su base annuale, però, diventano più di 120 mila, equivalenti a circa 15 ore di conversazione considerando un ritmo medio di 140 parole al minuto.
Non si tratta necessariamente di lunghe chiacchierate scomparse dalle nostre giornate. A diminuire potrebbero essere soprattutto le piccole interazioni: qualche parola con un vicino, una battuta al bar, una domanda rivolta a un negoziante, una conversazione con un collega o una risposta meno frettolosa quando qualcuno domanda come sia andata la giornata.
Sono proprio questi piccoli scambi, apparentemente insignificanti, a contribuire alla costruzione delle relazioni sociali quotidiane.
La diffusione degli smartphone coincide temporalmente con buona parte del periodo analizzato e rappresenta inevitabilmente uno dei fattori sui quali si concentra l'attenzione.
Molte azioni che fino a pochi anni fa comportavano un'interazione con un'altra persona oggi possono essere completate senza pronunciare una parola. Si ordina la cena attraverso un'app, si prenota un tavolo online, si utilizzano casse automatiche, si seguono le indicazioni del navigatore invece di chiedere informazioni e si lavora sempre più spesso a distanza.
Il fenomeno, però, non riguarda soltanto i giovanissimi. Il calo più consistente sarebbe stato riscontrato tra gli under 25, con 452 parole quotidiane in meno ogni anno, ma anche tra le persone più adulte la diminuzione sarebbe evidente, con circa 314 parole in meno.
Il punto, sottolineano i ricercatori, non è necessariamente la quantità complessiva della comunicazione. Potremmo infatti scrivere oggi molti più messaggi di quanti ne inviassimo in passato. A cambiare è soprattutto la natura dello scambio.
Una conversazione faccia a faccia mette in gioco contemporaneamente parole, tono della voce, espressioni del viso, gesti, postura, pause e contesto. La comunicazione scritta elimina invece buona parte di questi elementi e permette di modificare una risposta, cancellarla o rimandarla.

La voce trasmette inoltre sfumature difficili da riprodurre attraverso uno schermo: esitazione, ironia, entusiasmo, imbarazzo o tristezza.
La questione riguarda anche il benessere psicologico. Le ricerche citate dagli studiosi suggeriscono che le relazioni costruite esclusivamente attraverso messaggi e chat non producano necessariamente gli stessi effetti delle interazioni dirette.
Chi conversa maggiormente a voce tende inoltre a mostrare livelli più elevati di benessere sociale. E non servono necessariamente dialoghi profondi: anche pochi minuti trascorsi a parlare con un barista, un collega, un vicino o uno sconosciuto possono contribuire a rafforzare la sensazione di essere connessi agli altri.
C'è infine un elemento che potrebbe rendere la fotografia dello studio persino ottimistica. Le rilevazioni si fermano infatti al 2019.
Restano quindi fuori la pandemia, i lockdown, la diffusione dello smart working, la didattica a distanza e i lunghi periodi nei quali le occasioni di incontro diretto sono diminuite drasticamente.
Per sapere quanto queste trasformazioni abbiano inciso sulle nostre abitudini serviranno nuovi dati. Ma la direzione emersa dalla ricerca appare già chiara: comunichiamo continuamente, forse persino più di prima, ma una parte crescente delle nostre parole non passa più dalla voce.
@Redazione Sintony News